Giugno 20, 2021

Guida alla Copa América 2021 – Uruguay

Un'analisi al pettine fitto di tutte le squadre che partecipano alla Copa América 2021, giocatore per giocatore

By In Football, Streams Articolo di Federico Raso

Fernando Muslera (1986) – «In Turchia, parlare di Muslera è come parlare di Dio» ha detto Sergio Rochet, suo compagno di reparto in Nazionale, che in passato ha giocato anche al Sivasspor. Nelle ultime due partite di qualificazione ai Mondiali è rientrato in campo con la Celeste dopo diciotto mesi di assenza, dovuti a un grave infortunio a tibia e perone che lo ha tenuto fuori per tutta la prima metà di stagione al Galatasaray. Alla sua quinta Copa América da portiere titolare dell’Uruguay, è un inamovibile.

Martin Campaña (1989) – Per diversi anni è stato uno dei migliori portieri del campionato argentino. Purtroppo, il suo addio all’Independiente, il club con cui ha vinto una Copa Sudamericana quattro anni fa, è stato meno romantico del previsto per una faccenda di stipendi non pagati e rescissioni – il Rojo non se la passa bene a livello economico -, il che lo ha portato a svincolarsi per difendere la porta dell’Al-Batine, un modesto club saudita in lotta per non retrocedere. Tabárez lo ha schierato titolare quando Muslera era indisponibile, investendolo come suo dodicesimo.

Sergio Rochet (1993) – Numero uno del Nacional, con cui ha vinto il campionato affermandosi come migliore del torneo nel suo ruolo. In passato ha giocato anche all’AZ Alkmaar e al Sivasspor. Se si vuole avere un’idea di quel che Rochet è in grado di fare al suo meglio, il consiglio è di recuperare la partita contro L’Independiente del Valle di qualche mese fa, una delle sue prestazioni recenti più sorprendenti.

Diego Godín (1986) – Il gran capitano. Il calo degli ultimi anni è difficile da nascondere anche per la sua granitica etica del lavoro, che lo ha portato a chiudere la sua stagione all’Inter da titolare in un sistema difensivo diverso da quello a cui era abituato e a migliorare una prima parte di campionato individualmente difficile al Cagliari. Nonostante lo scorrere del tempo, dal centro di una difesa con cui si intende a memoria, in una Celeste in trincea, con poco campo da coprire alle spalle, può ancora farsi valere.

José Maria Giménez (1995) – Ha raccolto l’eredità del Flaco all’Atlético Madrid vincendo il secondo campionato dell’era Simeone ma lo ha fatto giocando metà dei minuti totali, durante l’ennesima stagione funestata dagli infortuni. Come sempre, la Celeste è una squadra che basa le proprie fortune sulla solidità difensiva, prima di ogni altra cosa: le prestazioni individuali di Josema, tranquillamente uno dei migliori centrali difensivi al mondo, saranno una delle chiavi di un Uruguay come sempre competitivo.

Sebastián Coates (1990) – Giocherà questa Copa América sull’onda della miglior stagione della sua carriera. Al centro della difesa a tre di Amorim, Coates è stato una specie di replicante sportinguista del Godín del 2014: da capitano, ha trascinato la sua squadra a vincere un campionato da outsider con una continuità difensiva individuale spaventosa e segnando cinque reti decisive. È una sicurezza quando manca uno dei due totem.

Ronald Araújo (1999) – La linea di successione dei grandi difensori uruguayani si era fermata da qualche anno a Giménez, prima che si rivelasse il giovane difensore del Barcellona. In una stagione in cui il vero punto debole dei catalani è stato il livello delle prestazioni dei suoi difensori titolari, specialmente in transizione, l’esplosione di questo enorme talento difensivo sembra poter mettere una pezza gigantesca ai problemi di tutti: del Barça, perché è un profilo rapido, fisicamente straripante e completo, persino con il pallone, e della Celeste, che aggiunge un ventunenne fuori dal comune pronto a rilevare nei prossimi anni il posto di Godín.

Martín Cáceres (1986) – Negli ultimi anni la nazionale uruguayana si è svecchiata molto, eppure il difensore della Fiorentina, superstite del vecchio gruppo, continua a essere convocato e impiegato con regolarità nella Celeste. Ormai pienamente in fase calante, viene schierato per lo più terzino, sia a destra che a sinistra, e braccetto di una difesa a tre.

Giovanni González (1994) – Può essere impiegato come terzino destro o esterno a tutta fascia – a seconda del modulo -, ruoli che interpreta con compiti di spinta. Con un gran rendimento nel Peñarol si è guadagnato un ruolo di rilievo anche in Nazionale: se Cáceres gioca a sinistra, come è accaduto in alcune gare di qualificazione, è la prima opzione come terzino destro.

Matías Viña (1997) – Il terzino sinistro titolare della Celeste – salvo approcci particolarmente conservativi del Maestro, come la presenza di Cáceres – è il giocatore del Palmeiras campione d’America in carica. Esterno di spinta, completo e incisivo, può giocare sia a tutta fascia che terzino. Uno dei tanti uruguayani che hanno i giorni contati lontano dall’Europa.

Camilo Cándido (1995) – Chiamata d’emergenza per la fascia sinistra, dopo l’infortunio di Joaquín Piquerez. Si è guadagnato il posto al Nacional dopo una grande stagione con il Liverpool di Montevideo e ora indosserà la maglia della Celeste come backup di Viña.

Lucas Torreira (1996) – È stato un anno molto difficile emotivamente per il cinco dell’Atlético, che dopo la morte della madre ha detto esplicitamente di voler giocare al Boca Juniors, per riavvicinarsi a casa. Per la Celeste, è un profilo unico in quel ruolo: la sua presenza davanti alla difesa è fondamentale per uscire in modo pulito, cosa risultata difficile con tutte le altre combinazioni nel doble pivote o con altri giocatori schierati da vertice basso. Dalla sua presenza o meno in campo, dipenderà la qualità delle azioni manovrate della squadra.

Rodrigo Bentancur (1997) – In Italia, dopo una stagione molto complicata alla Juventus, il grande tema è la sua capacità di giocare o meno da vertice basso ai massimi livelli. Le sue doti di passaggio tra le linee funzionano meglio con qualche istante in più per pensare – che spesso si trova qualche metro più avanti – rispetto a dettare i tempi. Nella Celeste ha già ricoperto quel ruolo ma può essere un valore aggiunto specialmente da interno o mezzala, dove può far valere l’intensità.

Matías Vecino (1991) – Dopo otto mesi lontano dai campi, è ritornato sul rettangolo verde giusto in tempo per segnare un gol con l’Inter e festeggiare lo scudetto. Le sue ultime prestazioni in Nazionale – quelle di inizio giugno – sono state comprensibilmente sotto i suoi livelli abituali ma Tabárez ha deciso di convocarlo nonostante la stagione di inattività. Si giocherà un posto da mezzala o interno di centrocampo box-to-box, con una forte propensione ad attaccare in transizione e inserirsi senza palla.

Federico Valverde (1998) – La sua dote migliore, ovvero la capacità di saper fare praticamente tutto ciò che può rendere pericoloso un centrocampista, è anche uno dei suoi problemi, dato che difficilmente si ritrova a fare il ruolo che preferisce: Tabárez lo ha schierato nelle ultime due partite di qualificazione come esterno sinistro, senza riuscire a ricavarne granché, ma probabilmente tornerà a regnare nella sua zona migliore. Il Pajarito, che in stagione ha persino fatto il terzino in un Real Madrid sfigurato dagli infortuni, preferisce fare la mezzala o l’esterno destro, per favorire le sue possibilità di arrivare in area e calciare. Anche se arriva da due prestazioni poco convincenti nel pre-Copa, è un giocatore totale: intensità superiore, strumenti per imporsi in entrambe le fasi, passaggio verticale di alto livello, sono le caratteristiche che lo rendono un giocatore fuori dal comune, senza dubbio il centrocampista più forte della Celeste.

Nahitan Nández (1995) – «Non ho una posizone fissa, se il tecnico pensa io possa rendere bene in una posizione, sarò lì»: probabilmente nessuno vive il paradosso del giocatore polivalente quanto lui. Anche quest’anno, al Cagliari, il dinamismo fuori dal comune e l’intensità difensiva lo hanno portato nuovamente lontano dalla sua posizione naturale di mezzala o interno, per fare l’esterno a tutta fascia. Anche nella Celeste si ritrova spesso largo, un ruolo che non valorizza fino in fondo la sua capacità di verticalizzare e la sua intelligenza tattica ma da cui la squadra riesce comunque a beneficiare. Se il Maestro sceglie il 4-4-2, l’ex giocatore del Boca Juniors dovrebbe prendersi la fascia destra.

Fernando Gorriarán (1994) – In molti si aspettavano la chiamata di Mauro Arambarri, mediano del Getafe reduce da grandi stagioni sotto la guida di Bordalás, ma alla fine Tabárez ha preferito premiare l’ottimo rendimento nel campionato messicano dell’ex giocatore del Ferencvaros. Centrocampista centrale brevilineo di contenimento, proverà a farsi trovare pronto in un reparto molto affollato.

Brian Rodríguez (2000) – Nato calcisticamente nel Peñarol e venduto in MLS per la cifra più alta mai incassata dal Carbonero, è una delle promesse su cui si fonda la Celeste del futuro. Giocatore rapido, fantasioso e soprattutto ambidestro, può giocare su entrambe le fasce o da seconda punta. Lo scorso semestre è stato prestato all’Almería, per farlo esplodere in un contesto tranquillo come era accaduto nella stagione precedente a Darwin Núñez ma non è mai riuscito a imporsi tra i titolari.

Giorgian De Arrascaeta (1994) – L’enganche per eccellenza, oltre che uno dei più forti giocatori sudamericani a non aver ancora messo piede in Europa. Nato nella culla del talento del Defensor Sporting, il fantasista del Flamengo è un 10 con visione, qualità tecnica pazzesca e un tiro dalla distanza molto pericoloso. Ha vinto tutto ciò che poteva vincere con il rubronegro ma deve ancora guadagnarsi il posto da titolare stabile nella Celeste, pur avendo già debuttato al Mondiale. Nel calcio di Tabárez può prendersi un posto “alla Lodeiro”, partendo dalla sua fascia preferita ma svariando a piacimento verso il centro, a volte persino in un 4-3-1-2.

Nicolás de la Cruz (1997) – Suo fratello per parte di madre è Carlos Sánchez, uno dei giocatori più simbolici della precedente generazione, al River Plate e nella Celeste. Nico è un centrocampista offensivo perfettamente calato nel sistema di Gallardo, capace di tenere alta l’intensità senza palla, calciare dalla distanza, verticalizzare e giocare a ritmi alti. La sua completezza e la capacità di difendere in avanti lo ha avvicinato al Manchester City ma indipendentemente da questo è uno dei giocatori più pronti del campionato argentino per fare il salto. Dovrà farsi strada in un reparto pieno di concorrenti di spessore, ma ha tutto per imporsi anche con l’Uruguay.

Jonathan Rodríguez (1993) – Sembrava essersi perso durante la breve avventura europea, iniziata quando il Benfica lo ha scoperto dal Peñarol ma, con il ritorno dall’altra parte dell’Oceano, è tornato su alti livelli. 41 gol nelle ultime due stagioni al Cruz Azul per Cabecita, che per il momento si è preso il posto dell’infortunato Darwin Núñez – a cui al Da Luz, nonostate le difficoltà della seconda metà di stagione, sta andando sicuramente meglio di quanto sia andata lui. Attaccante dinamico, spesso schierato anche esterno, può dare un grande contributo nel lavoro senza palla.

Brian Ocampo (1999) – Arriva da un semestre strepitoso in Copa Libertadores e, con ogni probabilità, sarà la prossima grande cessione del Nacional (in Uruguay si aspettano di incassare più di quanto non abbia speso il Liverpool a suo tempo con Coates). Esterno d’attacco brevilineo ed esplosivo, con un ottimo dribbling per saltare l’uomo sul primo passo e buone doti di cross e tiro da fuori, è una delle armi di Tabárez per rompere gli equilibri a partita in corso.

Facundo Torres (2000) – «La nostra nazionale negli ultimi anni ha ottenuto una capacità d’inclusione che prima era più difficile. Prima, entrare nel gruppo era meno facile, rimanevi sempre un po’ in disparte»; lo ha detto Cavani, ricordando la sua esperienza nelle Celeste da giovanissimo. Uno dei giocatori che sta entrando ora nel gruppo per restarci a lungo è l’ala del Peñarol, un giocatore che vedremo presto in Europa. Mancino, sempre in cerca dell’uomo da puntare e – rispetto a Ocampo – meno diretto ed esplosivo ma più tecnico, è stato utilizzato in qualche frammento di gara come mezzapunta o addirittura adattato come esterno con compiti di copertura a tutta fascia.

Maximiliano Gómez (1996) – Dopo un’inizio di stagione in cui, con le sue sponde, il suo lavoro sporco e i suoi gol, ha portato in spalla un Valencia tecnicamente disastrato, è calato molto e si è perso. Il Toro è un nove tradizionale, forte nel gioco aereo, dedito al sacrificio, il giocatore ideale per squadre che stentano un po’ nel lato creativo e amano giocare diretto. Quando il tampone darà negativo, il Maestro avrà un’alternativa per il suo attacco.

Luis Suárez (1987) – Vincendo la Liga 2020/2021 ha sistemato un po’ dei conti che aveva lasciato in sospeso, dimostrando di essere ancora in grado di stare a certi livelli. Il tempo gli ha portato via l’esplosività e, quindi, l’autosufficienza nelle grosse porzioni di campo, in un certo tipo di duelli, ma gli ha lasciato intatte l’intelligenza negli smarcamenti, il tocco e, soprattutto, la capacità di segnare. Se la Celeste migliora la rifinitura e lo rifornisce con costanza, si farà sicuramente trovare pronto.

Edinson Cavani (1987) – Pochi giorni fa ha detto di voler giocare il Mondiale in Qatar, prima di farsi da parte: la grande generazione di Godín, Suárez e del Matador si sta avvicinando all’ultima corsa. Come il suo compagno di reparto, non è più un giocatore in grado di trascinare da solo l’intera fase offensiva della squadra ma ha ancora tutti i suoi migliori attributi, sia sotto porta che nel gioco con i compagni. La coppia titolare sarà ancora quella storica.

All. Óscar Washinghton Tabárez: nonostante i problemi di salute, il Maestro resiste sulla panchina di una Nazionale che gli deve tutto. Il gruppo straordinariamente unito degli anni passati ha lasciato spazio a uno nuovo, molto più completo tecnicamente, che è riuscito a colmare con giocatori di alto livello la vera lacuna della rosa, il centrocampo. Probabilmente, Tabárez non ha mai avuto a disposizione tanto talento quanto nel periodo a cavallo di questa Copa e della precedente. Finora, però, l’Uruguay non è sembrato del tutto in grado di sfruttarlo fino in fondo: è ancora una squadra troppo reattiva, troppo poco creativa per i giocatori che ha. Però sa competere come poche e ha una rosa che soltanto il Brasile può guardare dall’alto. Quindi, come sempre, mai sottovalutarli.

Leave a Comment